Sei un educatore se…

Articolo pubblicato su http://www.pastorale.salesianipiemonte.it/ il 9 dicembre 2014

Stephen Downes è un canadese esperto in formazione online e leader riconosciuto di una comunità di webloggers, che crede nelle possibilità di costruire percorsi di apprendimento innovativi mediante il cosiddetto web2 e il socialnetworking. Nel suo blog, ha identificato ventitré ruoli adatti all’educatore. Si va dall’insegnante al venditore, dal coordinatore all’allenatore, dal conferenziere al teorizzatore, per arrivare persino al burocrate.

Educatore: “tanta roba!”

Il termine è così ampio che si tende a far entrare nella sua sfera di influenza tutti i ruoli e le attività in cui si ha a che fare con gli altri e con la loro crescita e sviluppo. Esaltante.

Il fatto, poi, che molti sentano il bisogno di auto-incollarsi il titolo addosso non significa solo che “fa figo” ma soprattutto che c’è una presa di coscienza della responsabilità e quindi del valore insiti nel fatto stesso di mettere a disposizione tempo e risorse per aiutare altri a diventare migliori, indipendentemente dal campo d’azione. E forse anche la professionalità dell’educatore si va parcellizzando e specializzando sempre più per essere veramente efficace.

Ma in questo modo diventa sempre più impegnativo andare alla ricerca di ciò che, proprio perché condiviso, appare sempre meno specifico e qualificante.

Non resta che cambiare strada. Imitando i post di facebook del tipo: “Sei un educatore se almeno una volta al mese dici…” elencherò (tralasciando fischietto, cappellino con la scritta “Io amo il sole” e capiente marsupio) alcune frasi abituali e proprio per questo importanti che possano essere le caratteristiche comuni, ricercabili e ammirabili in un buon educatore (e presenti in tante altre professioni).

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Ciao, come ti chiami?

È la prima delle domande. Sulla porta dell’oratorio o del bar, all’inizio di un gruppo, di una festa, di un centro estivo.

È una domanda importante. Fin dall’antichità il nome è stato alla base dell’identità, Per la Bibbia, nascondeva il mistero della propria persona e giungeva alla conclusione di un percorso di riconoscimento reciproco. Dare il nome è stato simbolo del dominio. Se vogliamo richiamare gente, cerchiamo “un Nome”, e molti Writers mettono firme sui muri per sentirsi qualcuno.

Ma per un educatore è ancora di più. Conoscere il nome è il simbolo dell’attenzione del singolo, di quello sforzo immenso che si fa, giorno dopo giorno, per creare una relazione che se è anche educativa, e quindi asimmetrica, intrinsecamente legata a un ruolo, è pur sempre una relazione e quindi vive di reciproco riconoscimento. Per farsi ascoltare dai ragazzi è necessario diventare importanti ai loro occhi. E a noi importa di loro. Tutto di loro. Si parte dal nome, ma si vuol conoscere la storia, e la storia cresce giorno dopo giorno ed ecco che chiedere ai ragazzi «Come ti chiami» significa chiedere ogni giorno: «Dove sei?», «Come stai?», «A che punto sei arrivato nel tuo cammino?». Domande fondamentali quando si vuole essere compagni di viaggio nella crescita.

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Quand’è la riunione di équipe?

Educare è un verbo che si coniuga al plurale. Necessita di una scelta personale (solo tu puoi decidere di essere educatore), ma necessita anche di una scelta corale (non puoi farcela da solo). Ecco perché un vero educatore è attento alla sua équipe, ai suoi colleghi.

L’équipe è il “necessario per viaggiare” (da cui anche equipaggiamento) e i colleghi sono persone a cui sei legato, perché tutti “collegati” a un obiettivo più grande. Non si tratta di essere “amici” per forza (anche se spesso lo si diventa) ma di ricordarsi perché si sta insieme. E i motivi sono almeno tre.

– Non siamo universali; nessuno di noi può essere la risposta giusta per tutti i ragazzi.
– Non siamo infallibili; ciascuno di noi prima o poi cade, sbaglia strada, fallisce.
– Non siamo soli; c’è una rete che ci avvolge, ci collega e ci sostiene.

Ecco perché lavorare insieme, lavorare in rete. Certo appare più faticoso e più lento perché il metodo cooperativo chiede più investimenti all’inizio, proprio quando il modello antagonista o “lupo solitario” ottiene di più con meno sforzi. Sui tempi lunghi però fare squadra ricorda la casa costruita sulla roccia e i primi apostoli, le fondamenta della Chiesa.

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Devo metter giù il PEI per potenziare i BES previsti dal POF e poter accedere al FAP.

Terminologie complesse e incontri molteplici sembrano aver tolto freschezza al lavoro educativo. In fondo per educare non basta un pallone? La risposta è semplice. «No».

Non c’è mai solo il pallone. Anche se i ragazzi vedranno solo il pallone non c’è solo quello. C’è l’intenzionalità educativa che mi fa prendere e usare ogni strumento, anche quello più semplice, con un certo stile e finalità; c’è la progettualità educativa che mi fa vedere i ragazzi come saranno tra un anno o due se sbocceranno come persone; ci sono le competenze educative acquisite progressivamente, sul campo ma anche attraverso studi, incontri, letture.

Non c’è mai solo il pallone. Perché educare è anche creare cultura. E allora compilare fogli, inoltrare richieste, fare incontri a tutti i livelli è accettar la sfida di parlare un linguaggio con i ragazzi di strada e un altro con i professori universitari o gli imprenditori a cui il progetto viene presentato per ottenere fondi e attenzioni proprio per quei ragazzi di strada.

Non c’è mai solo il pallone. Dall’inizio della carriera di animatore quindicenne alla scelta dell’educazione come professione o stile di vita c’è un insieme di competenze sempre più grande e poco evidente, come il sale, che si scioglie e dà sapore, non lo vedi, ma ti accorgi subito se manca. Come il lievito, che fa lievitare tutta la pasta, così chi ha veramente le competenze non ha bisogno di esporre il curriculum, agisce. E la gente lo osserva stupendosi: «Guarda quello lì come educa… solamente con un pallone!».

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Su le mani!!!! … STOOOP!

L’educazione in oratorio inizia spesso nell’animazione col rischio di ridursi all’emozione di entusiasmare a mille. «Su le mani!», è il ritornello che l’animatore d’estate ripete in continuazione. Ma occorre prestare attenzione perché chi dice sempre «Su le mani!» è il ladro. E cosa si ruba? La complessità della vita, che non è solo entusiasmo ma anche riflessione, attenzione, lavoro, preghiera.

L’animatore sa urlare «Su le mani!» ma sa anche quando dire «STOP!».

Walt Disney parlando del cinema d’animazione diceva che alla Disney non muovevano disegni, ma emozioni. Anche l’animazione è un “muovere le emozioni”, sapendo dove condurle. Ed è muovere le emozioni saper entusiasmare ma anche saper calmare. Saper muovere tutti insieme le persone in un ballo, ma saper anche portare alla riflessione, alla preghiera.

Quando si scopre il ruolo educativo dell’animazione se ne comprende la grandezza e profondità. Non è solo occupare il tempo libero, i buchi lasciati da altri. È un educare alla vita in cui c’è un tempo per ridere e uno per tacere. Di più, è un aprire a Dio, tuono potente e brezza leggera, voce che grida alla folla e poi veglia sul monte nella notte.

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Facciamo un gruppo su Whatsapp

«Prima bastava dirlo e tutti erano informati. Poi abbiamo iniziato a fare i volantini. Non funzionavano più e allora mandavamo gli sms sul cellulare, poi costava e siamo passati a MSN. Hanno chiuso MSN e siamo andati su facebook. Adesso è solo pieno di adulti e siamo arrivati a Whatsapp…».

Ha il tono della lamentela delusa, ma potrebbe essere la testimonianza gloriosa di chi cerca sempre nuovi strumenti. Il digitale è giovane, in continuo mutamento, veloce. Proprio per questo affascina i ragazzi e lo fa percepire come un luogo da vivere. Si tratta di andare a cercarli dove si trovano, non dove vorremmo che fossero. Siamo educatori 2.0 da sempre perché siamo multimediali, capaci di multi linguaggi, di multitasking, di multi… iniziative! Siamo adatti alla complessità perché sappiamo cercare risposte articolate. Più e meglio del marketing e dei pirati della rete.

Forse siamo anche già 3.0, perché abbiamo voglia di essere presenti nelle sfide che la vita lancerà. Intendiamoci, non rincorriamo l’ultima moda dei bit per una mania digitale. Quello che ci spinge è la passione educativa, non multimediale. Senza paura, entriamo in mondi sempre nuovi, sapendo che sono solo tappe di un viaggio che ha comunque la stessa meta. Anche i ragazzi, nelle scelte fondamentali, non sono cambiati. facebook o non facebook, le domande sono quelle che avevamo noi, i dubbi pure e i sogni sono persino più belli.

Siamo 3.0 anche perché crediamo in qualcosa che nessun social può sostituire: la relazione personale.

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Nel nome del Padre e del…

Frase da rivalutare. O è detta spesso in maniera scontata oppure non detta a sufficienza.

Eppure c’è tutto in quelle poche parole.

 – Nel nome: Siamo missionari, cioè mandati a Suo nome. Siamo in collegamento con Lui. Forse per questo dovremmo sintonizzarci un po’ meglio per capire se non andiamo a nostro nome, prestigio, vantaggio, gloria e stipendio. O se per lo meno la direzione è la stessa.

 – del Padre: a ricordare come la relazione educativa nasce dall’alleanza di Dio con l’uomo, che è amore tra due persone con ruoli differenti. E poi il Padre è a capo della creazione e ricorda a noi la creatività educativa che spesso dobbiamo mettere in campo

 – e del Figlio: la certezza della vittoria sui problemi, le difficoltà, le croci. A condizione di rimanere legati a Lui, accettando la croce e l’incomprensione, con la liberalità e abbondanza del seminatore che non sempre è colui che miete.

 – e dello Spirito Santo: dell’azione di Dio continua nella nostra vita, del suo non lasciarci mai da solo.

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Non mi dire…!

Wikipedia direbbe che la frase è disambigua. Ci sono infatti almeno due livelli di significato.

Il primo è quello del pettegolezzo, del gossip, termine che fa sentire meno in colpa. Si dice: «Non mi dire…!», ma in realtà si sta chiedendo di dire di più, a costo di inventare o sottintendere. Il pettegolezzo si camuffa nella buona intenzione di tenere sotto controllo ciò che potrebbe capitare, ma si rivela nel circolo vizioso della diceria e della malalingua di cui si nutre.

Ecco perché chi educa non può vivere di ambiguità, e passa al secondo livello: «Non mi dire!», senza puntini di sospensione da completare. Perché? Bisogna chiudere gli occhi? No, ma Gesù ha spiegato cos’è la correzione fraterna: «È vero quello che mi dici? Ne sei sicuro? No? E allora non dirlo in giro perché è calunnia! Se invece sei sicuro, vallo prima a dire al singolo interessato! Se non ti ascolta allora verrò con te!».

In questo modo facciamo crescere in una comunicazione bella e gioiosa, nell’impegno della correzione fraterna, nella lotta contro il veleno della calunnia

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Vieni allo stand della festa di piazza

Questa è una frase che vorremmo sentire più spesso. Nel mondo educativo c’è infatti una parola che si ripete in continuazione ma che non si vive con la stessa intensità: la rete. Tutti ripetiamo «Facciamo rete!» salvo poi di fatto rinviarla a riunioni allargate, spesso inutili e frustranti.

Il ragno prima intesse la rete, poi cattura le sue prede.

Tessere prima la rete significa passare dalla logica del chiedere agli altri alla logica del donarsi agli altri. Prima di chiedere soldi al Comune per un’iniziativa, ci si offre come aiuto per la festa di piazza. Prima di chiedere ad altri enti di partecipare a nostre iniziative, si partecipa alle loro.

Siamo ancora chiusi dentro troppe mura. Si tratta di aprire oratori, circoli, parrocchie non tanto per far entrare, quanto per iniziare ad uscire nel territorio. «Quando la Chiesa è chiusa, si ammala. La Chiesa deve uscire verso le periferie esistenziali» è la frase famosa di Papa Francesco con cui è facile sciacquarsi la bocca, ma che difficilmente si trasforma in festa di piazza, in cui si sperimenta l’accoglienza, la gioia, l’impegno educativo.

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Ah! Ma lei è la mamma di Carlo?

Educare è un verbo che si coniuga al plurale. Già detto? Meglio insistere, ed imparare il gioco delle “alleanze educative”.

La prima è con la famiglia, anche quella in crisi che cerca aiuto. Perché i ragazzi si educano con degli adulti che in modo diverso lavorano al bene dei ragazzi.

Le famiglie hanno bisogno di figure adulte che aiutino i ragazzi ad interiorizzare messaggi positivi, come gli educatori hanno bisogno che le famiglie continuino il loro lavoro senza mandare messaggi discordanti.

Spesso questo circolo virtuoso non si realizza. Perché non ci si parla. Ecco la soluzione. Semplicemente Parlarsi partendo dalla quotidianità, dai bisogni essenziali, dai rimandi di lode, per arrivare poi a sostenere i momenti più delicati o difficili.

L’abilità sta nel costruire situazioni informali per creare quel clima di simpatia in cui cresce la confidenza, cioè la fiducia reciproca: cinque minuti al cancello, l’incontro per le vie del quartiere ma anche la festa patronale o un pranzo sociale. Tutte occasioni per imparare a vivere l’alleanza educativa tra adulti, autentica risorsa per chi educa oggi.

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Scusa ma sai, questo è un oratorio

Proprio perché c’è un fuori, c’è anche un dentro, con le sue regole da ricordare, i valori da respirare, i comportamenti da esigere. E tante volte l’educatore è lì, con il sorriso sulla bocca e un po’ di batticuore, di fronte al nuovo arrivato o al gruppetto che sonda fin dove si può arrivare, confondendo la strada che è di tutti e di nessuno con l’oratorio, che è della comunità cristiana in cui i più giovani possono crescere e maturare, che è un luogo sempre e comunque educativo, con una sua identità chiara professata senza tentennamenti o sensi di inferiorità.

L’educatore è lì sovente a supplire l’assenza di troppi animatori che fanno qualcosa d’estate ma non vivono l’oratorio come una casa tutto l’anno. Per cui arrivano per la riunione, per l’attività, per fare un servizio e subito se ne vanno.

L’educatore è lì, soprattutto a costruire un ambiente in cui ogni particolare, i muri, le bacheche e anche i cestini dei rifiuti ti fanno capire dove sei e che tu lì sei importante, unico e speciale.

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Dimmi pure, ti ascolto

Quando a don Bosco chiesero di scrivere e teorizzare ciò che stava facendo, si trovò in difficoltà. Lui non era uno studioso seduto dietro ad una cattedra di studi; Lui era un povero prete che confessava in cortile. E allora, racconta il suo metodo preventivo. «Io non sto immobile ad aspettare, io parto prima, vado incontro, mi metto in ascolto, non mi spavento di nulla, perché ti voglio bene così come sei, perché sei giovane. Questo mi basta».

Don Bosco capisce che se il punto d’arrivo è uguale per ogni ragazzo e coincide con la felicità e la santità, il punto di partenza è diverso per ciascuno. Allo stesso modo, un buon educatore è attento al punto di partenza per costruire insieme un cammino. Ascolta i ragazzi e non ha paura del disagio, sia esso sociale, fisico, mentale o morale. Perché ascolta per capire il punto di partenza. E vuole vederlo per costruire il cammino.

Chi educa, si avvicina al disagio senza pregiudizi, con molta attenzione e senza paura: attenzione all’altro, al cammino, anche ai rischi certo ma senza che la paura blocchi la passione educativa. E conquista la fiducia.

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Il don è un xyz

Ci si augura che questa sia una frase che l’educatore sente sovente e non dice mai. È normale ascoltare frasi simili, magari in un momento di stanchezza, o di fronte ad un no. Chi educa ascolta sempre, non solo nel momento delle lodi, ma anche della rabbia o della delusione. Ma la professionalità dell’educatore si costruisce nella capacità di mediare, di far capire che non esiste solo il bianco e il nero, ma anche mille altri colori e sfumature, e che se si vedono le colpe all’altro si può giungere anche a riconoscere le proprie responsabilità.

E se invece questa frase ci scappasse da educatori?

Può capitare. Non sei perfetto e inossidabile, e neanche “il tuo don” Ma come diceva un saggio: «Se sbagli, almeno non distruggere tutto!».

Perciò ecco alcune regole semplici, semplici:

  1. Mai davanti ai ragazzi. Un tuo collega può capire che è un momento, un ragazzo ci vede dietro ben altro.
  2. Tra un xyz… e un altro cerca di prendere fiato e dì all’altro che ti ascolta che si tratta di uno sfogo. Serve per aiutarti a capire quanto c’è di soggettivo e quanto di oggettivo
  3. Quando sei più tranquillo, parla con il tuo don. Fai verità. Almeno nessuno potrà dire che non hai fatto tutto il possibile.
  4. Quando hai chiarito con il tuo don, torna da tutti quelli con ti sei sfogato e racconta anche l’epilogo felice. È questo che fa la differenza tra lo sfogo irresponsabile e lo stile di un’equipe educativa.
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Educo perché lotto per essere educato

«Chiunque voglia educare avverte una volta o l’altra sorger dentro di se l’interrogativo: perché mai hai proprio deciso di educare un’altra persona? Di dove prendi il diritto di scrutare, di giudicare, di esigere? E se 1’uomo è persona, con la sua dignità e libertà, perché mai voler dire a quest’uomo come deve realizzarsi? Ad ogni modo, non posso dire: educo, perché sono già educato. Un uomo che dicesse così, meriterebbe di essere di nuovo rispedito a scuola. Non avrebbe compreso che noi non possiamo mai considerarci a posto, ma cresciamo e diveniamo continuamente. Sarebbe più giusta un’altra risposta: perché io stesso lotto per essere educato. Questa lotta mi conferisce credibilità come educatore; per il fatto che lo sguardo medesimo che si volge all’altra persona insieme è rivolto anche su di me».

È una citazione famosa di Romano Guardini con la quale ho il piacere di concludere questa “schedina da totocalcio”, nella speranza di averi resi più ricchi e felici.

O per ritornare al paragone dell’arte culinaria, buon appetito, amici cuochi!

Valter Rossi – valter.rossi@31gennaio.net

Direttore riviste Mondo Erre e Dimensioni Nuove
Editrice Elledici

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