Cronache di una coraggiosa FMA a Librino: Suor Lucia Siragusa

rubrica a cura di Andrea Privitera

Nome?

Suor Lucia Siragusa

Da dove provieni?

Io vengo dalla provincia di Palermo, e sono stata 11 anni a Palermo, 4 anni a Mazzarino, un paio d’anni a San Cataldo come studente in juniorato e adesso sono responsabile dell’oratorio di Librino.

Come hai capito che volevi diventare suora?

Se devo essere sincera, quando sono entrata nell’ottica di intraprendere il cammino vocazionale, io non sapevo neanche che esistessero le suore! Alla scuola media, durante gli esercizi spirituali in preparazione alla Pasqua, c’è stato, ho sentito un qualcosa dentro, che mi ha fortemente colpito e lì è cominciata la mia storia. Inizialmente, poiché non sapevo che una ragazza potesse diventare suora, credevo di essermi innamorata del mio professore di tecnica, un uomo molto giovane e simpatico. Invece, grazie all’aiuto dei miei genitori e del mio parroco, mi sono resa conto che quello che provavo era solo una cotta e che il mio amore era per Cristo, al quale dedicavo tantissimo del mio tempo con la preghiera e la riflessione. Ho iniziato il mio cammino verso la consacrazione grazie a mia cugina, che mi ha avvicinata all’Azione Cattolica; all’interno della Azione Cattolica, ho partecipato ad un triduo di preghiera, in occasione della festa del patrono del mio paese, e lì ho capito che volevo farmi suora. Sono, allora, andata alla ricerca di una suora! In quel periodo, al mio paese, era arrivata una suora della congregazione del Santissimo Sacramento. Mi sono presentata, mi sono fatta seguire per un periodo da lei, poi però è dovuta andare via, ed hanno anche chiuso la casa siciliana dell’ordine. Esternai al mio parroco la mia intenzione di farmi suora, e lui mi fece conoscere tantissime suore, tra cui quelle di madre Teresa di Calcutta. Mi piacevano tutte, anche perché non capivo la distinzione fra le varie congregazioni. Poi il parroco mi parlò delle FMA, che facevano corsi professionali nella mia zona, e mi consigliò di seguire uno di questi corsi e, nel frattempo, conoscere la congregazione. Mi ricordo come fosse ieri che, arrivando all’oratorio, vidi l’ambiente, il cortile e capii subito che quella era la congregazione che faceva per me! Ho, quindi, iniziato il percorso con loro, parallelamente alle suore del Santissimo Sacramento, che ho lasciato presto perché, anche se facevano molti servizi assistenziali, sentivo che la mia vita doveva essere votata interamente ai giovani.

Come mai hai deciso di unirti alle Figlie di Maria Ausiliatrice e non alle altre congregazioni?

Credo che questa vocazione mi venne quando dovetti affrontare la cotta per il professore, e sentii quanto aiuto mi dettero i miei genitori ed il mio parroco; capii che gli amici, i confidenti coetanei non potevano aiutarti quanto una persona più esperiente e saggia. Mi piaceva molto come si approcciavano, come si interfacciavano con i giovani durante le attività. Non mi piaceva il loro modo, allora, arretrato verso i giovani nel privato nei momenti non di attività, però mi dissi che io sarò me stessa, darò il mio contributo personale alla causa. Leggendo i libri di Madre Mazzarello e Don Bosco, ho capito la grande spiritualità che c’era dietro il loro progetto. Mi ha colpito molto la frase che Madre Mazzarello diceva alle sue sorelle: “ adesso sorelle, non siate di dozzina!”. Questa frase me la sono sempre portata dentro il cuore e l’ho fatta mia: non devo essere di dozzina, devo essere una Figlia di Maria Ausiliatrice totalmente votata a Cristo ed ai giovani. Un’altra frase, quella che mi ha indicato la via per la consacrazione, è quella del Vangelo che dice: “chi ama il padre e la madre più di Me, non è degno di Me”.

Di cosa ti occupi all’interno della congregazione?

Sono animatrice di comunità e responsabile dell’oratorio Giovanni Paolo II di librino, a Catania.

Com’è operare in un quartiere complesso e problematico come librino?

Beh posso dire come sto operando io. Cerco di abbattere tutte le categorie, le etichette, tipiche degli ambienti più “normali”, in cui non si vive la grande povertà. Avere un cuore grande ed aperto all’amore verso tutti, perché se ami non giudichi, non ti importa di chi ti sta davanti, di cosa è colpevole; annunzi e basta. Uno dei momenti che mi è rimasto scolpito nel profondo del mio cuore è stato durante una mia visita ad una famiglia abitante nel “Palazzo di Cemento”, il noto palazzone occupato abusivamente da 50 famiglie e luogo di spaccio, traffico di armi e malavita. Queste persone mi dissero: “Ma chi te lo fa fare a venire qui a stare con noi, che siamo prostitute, ladri, spacciatori, delinquenti, chi ti lo fa fare a venire in questo brutto posto?” E io risposi che Gesù era un santo, ma stava con i peccatori, perché sono i peccatori ad avere bisogno del Signore, di essere portati alla salvezza. Loro continuarono dicendo: “ Sei diversa da tutte le altre persone che vengono qui o con cui parliamo, tu ti siedi con noi e stai con noi senza giudicarci. Questo, per noi, è importante. Vediamo in te una persona fidata a cui poter raccontare le nostre difficoltà, i nostri problemi”. Questo mi ha fatto riflettere, mi ha insegnato a non giudicare nessuno, neanche con espressioni di rimprovero o di sdegno, anche quando li vedi spacciare o delinquere. Mi ha insegnato a far passare il messaggio evangelico, anche esplicitamente, ma sempre senza giudicare. Mi aiuta anche a portare Cristo nella mia vita.

L’esperienza al Palazzo di Cemento cosa altro ti fa provare, cosa altro ti porti “a casa” dopo le tue visite? 

Il Palazzo di Cemento ormai è stato sgomberato ma, come diceva un nostro ragazzo in un cortometraggio che abbiamo realizzato, “di palazzo di cemento se ne abbatte uno e se ne forma subito un altro”. Il palazzo di cemento è in tutte quelle persone che spacciano e delinquono ogni giorno. Durante e dopo ogni mia visita, provo un profondo sentimento di amore incondizionato. Un profondo senso di missione evangelica: voglio presentare la persona che gli farà cambiare vita per sempre, Gesù. E cerco di farlo conoscere nella maniera più semplice, attraverso le esperienze di vita quotidiana. E’ il modo più diretto per farlo capire e farlo proprio. Tanti ragazzi dell’oratorio, che prima conducevano una vita di peccato, ora si sono ricreduti e ci vengono a salutare sottolineando come sono cambiati, e che erano solo ragazzi quando sono entrati nella delinquenza. Altri, invece continuano nella loro carriera criminale, però lo fanno in maniera diversa, con rispetto verso le proprie vittime, senza usare violenza, ad esempio. Quello che si prova maggiormente è però l’impotenza: puoi fare tanti bei discorsi, evangelizzare nella migliore maniera possibile, ma non hai gli strumenti concreti, materiali per aiutare la gente a cambiare vita. Soprattutto in questo momento di crisi, tante volte faccio fatica anche a dire le parole giuste, mi metto nei panni del padre di famiglia, che deve sfamare i figli, pagare bollette, e non riesco a distoglierlo dalla sua volontà di arrangiarsi anche delinquendo. In questi casi Gesù, a parole, non basta. Non c’è davvero cosa più brutta che il non poter dare una risposta concreta a chi ti chiede aiuto.

Cosa fanno adesso i ragazzi che siete riuscite a recuperare? Come è cambiata la loro vita?

Ci sono ragazzi che stanno studiando, un ragazzo si è addirittura diplomato e già lavora presso il lido dei carabinieri ( il che non è cosa da niente, visto il disprezzo con cui sono viste le forze dell’ordine nel quartiere). Un altro ragazzo si diplomerà quest’anno, così come una delle nostre ragazze. Riusciamo ad accompagnarli nel loro percorso non solo spirituale, ma anche formativo e lavorativo, gli insegnamo a sapersi organizzare il lavoro e la vita. Una cosa importante è che le nostre ragazze  stanno crescendo bene, sono animatrici all’oratorio, e stanno arrivando ai 18 anni senza incorrere in gravidanze indesiderate. Un ragazzo addirittura che è stato arrestato in oratorio, è stato in carcere, ed in comunità, appena è uscito ha continuato a fare volontariato in comunità, e molte volte viene dicendo che ha capito lo sbaglio e che è riuscito a recuperare la propria vita.

Vorresti dire qualcosa a chi sta leggendo, vuoi fare un appello per fare conoscere e dare voce alla tua realtà oratoriale? 

Di appelli ne ho fatti molti, uno degli obiettivi che ci siamo prefissati è proprio quello di far sentire la nostra voce il più possibile, far conoscere la realtà. Un presidente di quartiere, il signor Patanè ha avuto la grande intuizione di portare regolarmente la stampa, per raccontare cosa si fa di bello a librino, in oratorio. Adesso l’oratorio è conosciuto anche fuori città, andiamo ad esporre i problemi del quartiere ad ogni elezione amministrativa, e comunichiamo ed operiamo con le istituzioni per far conoscere non solo al mondo la nostra realtà, ma soprattutto far conoscere il mondo ai nostri ragazzi. Quello che mi sento di dire adesso è questo: Ognuno di noi deve farsi carico personalmente, come volontario attivo, dei problemi dei quartieri più disagiati delle proprie città, deve sporcarsi le mani ed aiutare concretamente le proprie realtà; perché è facile mandare del denaro per smacchiarsi la coscienza, ma l’aiuto vero è quello che si da di persona, perché questi quartieri smettano di essere dei ghetti in cui relegare i delinquenti ed i poveri!

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