Strenna 2014 Don Pascual Chàvez Villanueva

1.2. Radice profonda: unione con Dio

L’ unum necessarium è la radice profonda della sua vita interiore, del suo dialogo con Dio, della sua operosità di apostolo. Non ci sono dubbi che in Don Bosco la santità rifulge nelle sue opere, ma è certamente vero che le opere sono solo un’esprsesione della sua fede. Non sono le opere realizzate che fanno di Don Bosco un santo, come ci ricorda San Paolo: “se anche parlassi le lingue degli uomini … ma non ho la carità, nulla mi serve” (1 Cor 13); ma è una fede ravvivata dalla carità operativa (cf. Gal 5, 6b) che lo fa santo: dai frutti conoscerete le sue opere (cf. Mt 7, 16-20).
Alla unione con Dio, reale e non solo psicologica, sono invitati tutti i cristiani. Unione con Dio è vivere la propria vita in Dio e alla sua presenza; è vita divina che è in noi per partecipazione; è esercizio della fede, speranza e carità, cui seguono necessariamente le virtù infuse, le virtù morali, ecc. Don Bosco dà vigore evangelico al proprio vissuto, fa della trasmissione della fede in Dio la ragione della propria vita, secondo la logica delle virtù teologali: con una fede che diventa segno affascinante per i giovani, con una speranza che diventa parola luminosa per loro, con una carità che diventa gesto di amore verso gli ultimi.
Don Bosco è sempre stato fedele alla sua missione di carità effettiva: là dove un misticismo disincarnato avrebbe rischiato di tagliare i ponti con la realtà, la fede lo ha obbligato a restare in trincea per atto di estrema fedeltà all’uomo bisognoso; là dove poteva subentrare stanchezza e rassegnazione, lo sorresse la speranza; là dove non sembrava esserci rimedio, lo spinse ad agire la via indicata da Paolo: “ Caritas christi urget nos” (1 Cor 5,14). La carità vissuta da Don Bosco non si arrestava di fronte alle difficoltà: “Mi sono fatto tutto per tutti per salvare ad ogni costo qualcuno” (1 Cor 9,22). Non le sconfitte erano da temere in campo educativo, ma l’inerzia e il disimpegno.
Vivere la fede: significa abbandonarsi con gioia fiduciosamente a Dio rivelatori in Gesù, così da essere capaci di vivere tutte le situazioni in modo salvifico: cioè accogliere tutte le circostanze della storia, in modo da consentire a Dio di manifestarci la sua azione salvifica. Nessuna situazione corrisponde in modo adeguato al volere di Dio, ma l’uomo può vivere ogni situazione in modo da compiervi sempre la volontà di Dio.
Vivere la speranza: significa attendere Dio ogni giorno per essere capaci di accogliere il suo dono futuro; significa attendere ogni giorno Dio che viene attraverso doni creati; ogni giorno ha il suo dono. Così in tutte le situazioni, anche di fallimento: “niente ci potrà separare dall’amore di Cristo” (Rm 8, 39 )..
Vivere la carità: significa rendere il presente spazio dell’amore di Dio. Per essere capaci di attegiamento oblativo, è necessario un esercizio continuo; si richiede un ambiente che stimoli: la missione salesiana lo è senza dubbio.
Tutto ciò è stato visssuto da Don Bosco in spirito di autentica pietà. Egli non ha lasciato formule di pietà, neppure una sua devozione particolare. La sua concezione è realista e pratica. Solo le preghiere del buon cristiano, facili , semplici, ma fatte con perseveranza. Ciò che a Don Bosco premeva era che i Salesiani consacrassero tutta la loro vita alla salvezza delle anime e santificassero il loro lavoro offrendolo a Dio; la preghiera doveva intervenire come elevazione dell’anima a Dio, come petizione e come alimento, in altre parole, le “pratiche di pietà” avevano una sorta di funzione ascetica. I risultati di questo esercizio nella vita di Don Bosco sono sotto gli occhi di tutti.

Ascoltiamo due testimonianze. Ecco quanto un ex allievo, di quarantacinque anni, militare e insegnante nell’esercito, da Firenze scrive a Don Bosco a Torino:
“Amato mio Don Bosco, sembra che abbia ragione a lagnarsi di me, sì, ma creda pure che sempre lo amai, lo amerò: io in lei trovo ogni conforto e ammiro le sue gesta da lontano; né parlai, né permisi sentire di lei parlare male; sempre lo difesi. Vedo in lei che volgerebbe l’anima mia ad ogni verso; restai confuso, estatico elettrizzato nei suoi ragionamenti; furono forti e sentiti: mise in me uno sconcerto e mi rese a tal punto da restare abbagliato nel vedere che sempre mi ama svisceratamente, sì, o caro Don Bosco. Credo la comunione dei Santi […]. Nessuno più di lei sa e conosce il cuore mio e potrà decidere. Conchiudo perciò, mi consigli, mi ami, mi perdoni e mi raccomandi a Dio, a Gesù, a Maria SS.ma… Le mando un bacio di cuore e le fo professione di fede che le voglio bene…”
La seconda testimonianza è una assai commovente pagina del santo Don Orione ai suoi chierici nel 1934, l’anno della canonizzazione di Don Bosco:
“Ora vi dirò la ragione, il motivo, la causa per cui Don Bosco si è fatto santo. Don Bosco si è fatto santo perché nutrì la sua vita di Dio, perché nutrì la vita nostra di Dio. Alla sua scuola imparai che quel santo non ci riempiva la testa di sciocchezze , o di altro, ma ci nutriva di Dio, e nutriva se stesso di Dio, dello spirito di Dio. Come la madre nutre se stessa per poi nutrire il proprio figliuolo, così Don Bosco nutrì se stesso di Dio , per nutrire di Dio anche noi. Per questo, quelli che conobbero il Santo, e che ebbero la grazia insigne di crescere vicino a lui, di sentire la sua parola, di avvicinarlo, di vivere in qualche modo la vita del santo, riportarono da quel contatto qualche cosa che non è terreno, che non è umano, qualche cosa che nutriva la sua vita di santo. Ed egli poi tutto volgeva al cielo, tutto volgeva a Dio, e da tutto traeva motivo per elevare i nostri animi verso il cielo, per indirizzare i nostri passi verso il cielo”.

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