i Salesiani, il VIS ed il Madagascar: La parola a Don Domenico Luvarà

rubrica a cura di Andrea Privitera

per il secondo appuntamento con la rubrica “testimoni della Tua parola” ho scelto di intervistare Don Domenico Luvarà, salesiano impegnato da molti anni ormai nel volontariato missionario in Madagascar, per conoscere l’ambiente in cui opera ed avere nuovi spunti per tutti noi, per rinnovare la nostra fede, leggendo delle sue esperienze, ma soprattutto dei sentimenti che prova ogni volta che visita questa terra di missione.
Buona lettura!

Nome?

Domenico Luvarà

quando e dove sei nato?

Sono nato a catania, il 6 maggio 1975

Quando ti sei trovato, per la prima volta, ad avere a che fare con il mondo salesiano?

Quando, a 10 anni, ho frequentato per la prima volta la scuola elementare presso l’oratorio della “Salette”.

E quale è stata la tua prima impressione, una volta entrato in contatto con questo stile di vita?

Quando mio papà mi portò per la prima volta lì a scuola, la prima impressione fu davvero bella, perché ho incontrato subito un cortile con tanti ragazzi che giocavano a pallone, è stata la prima cosa che mi ha affascinato. Prima, infatti, frequentavo le suore e lì non c’era questa vivacità dell’ambiente che ho incontrato, invece, in oratorio.

Quando hai capito che volevi farti sacerdote?

Ho fatto un bel discernimento vocazionale durato oltre 3 anni e ho capito che volevo diventare più che prete, salesiano. Mi piaceva diventare salesiano come quelli che erano li alle salette, mi piaceva il loro modo di stare con i ragazzi, il loro  modo di lavorare. Era  una cosa che mi piaceva molto, quindi poi è stato un processo naturale quelo che poi mi ha portato a fare la scelta definitiva.

Hai avuto difficoltà, impedimenti, discussioni, con la tua famiglia, con i tuoi amici?

Non ho avuto grosse difficoltà né impedimenti o discussioni pesanti, ma certamente la notizia, a casa, non è stata presa di certo tra gli applausi, anche perché lavoravo in farmacia ed a mia madre non capiva se avessi dovuto lasciare il lavoro oppure no. Però alla fine, motivando le mie tesi ai miei, facendo vedere quanto la scelta mi rendeva felice, hanno accettato la mia scelta.

Di cosa ti occupi dettagliatamente all’interno della congregazione?

Sono animatore ispettoriale per il settore della missionarietà e della vocazione, all’interno della Pastorale Giovanile.

Come sei venuto a sapere del VIS?

Ne avevo sentito parlare da subito, ma non avevo mai avuto contatti con questa organizzazione. Entrai a far parte del VIS nel 2009, quando l’ispettore mi diede l’incarico di animatore missionario, e di iniziare questo percorso come delegato. Ho iniziato a conoscere e frequentare i ragazzi, soci del VIS, ed ho avuto questa possibilità di conscerlo di più.

Quando il primo viaggio in Madagascar?

Nell’estate 2010, quando ho avuto il compito di accompagnare in Madagascar il gruppo di giovani preparato da me, durante l’anno di scuola di mondialità.

Quando l’ispettore ti chiese di fare parte del VIS e di fare l’animatore missionario, come l’hai presa?

È stata una scelta coraggiosa da parte dell’ ispettore di allora. Io sono caduto dalle nuvole, perché mi aspettavo, ne ero quasi certo, l’incarico in un oratorio a settembre; a luglio, a fine grest, ricevetti questa obbedienza –  che non era minimamente nelle mie aspettative – e devo dire che non smetterò mai di ringraziarlo  per questa scelta inaspettata nei miei confronti.

Quali sono state le cose che ti hanno colpito di più, e come ti sei sentito, una volta arrivato in Madagascar?

il mio primo viaggio è stato un viaggio che ha cambiato le mie convinzioni. Avevo aspettative particolari, ma quelle aspettative in quel mondo si sono trasformate radicalmente. La realtà è molto diversa dalla nostra, quindi ho dovuto modificare molto il mio modo di vivere, di approcciarmi ad una realtà estranea al contesto in cui viviamo. La popolazione malgascia è molto affascinante, per cultura, tradizioni, e questo mi ha portato ad avere, innanzitutto, un sentimento di umiltà nei loro confronti. Mi ha portato dire che da loro c’è molto da imparare. Pensavo di andare lì e poter dare o insegnare chissà cosa,  ma niente di tutto questo:
non abbiamo fatto nulla di particolare, se non quello di stare accanto ai salesiani, ai giovani, accostarci a loro e conoscerli. Al contrario, siamo stati noi che abbiamo imparato tantissimo da questa esperienza in Madagascar.

Quanti viaggi hai fatto dopo di allora?

Ogni anno dal 2010, fino all’estate scorsa, quindi 4 volte.

Che volo si prende da Catania per il Madagascar? Ci sono voli diretti? Quanto dura il viaggio?

Il viaggio, per risparmiare, è lunghissimo e con diversi scali: si prende prima il catania-roma; poi il Roma-Parigi; da Parigi si fa scalo alle Isole Mauritius, infine dalle Mauritius si vola fino ad Antananarivo, la capitale del Madagascar. Una volta arrivati sull’isola, ci si muove con aerei nazionali, oppure si prendono i taxi-brousse, dei pulmini che girano per il Paese, sempre affollatissimi  e molto affascinanti.

E quanto tempo ci vuole dalla capitale alla città dove andate di solito?

E ci vogliono giornate di viaggio, perché dal centro, in cui si trova Antananarivo, verso il nord o il sud, ci sono oltre 1000 km e con questi mezzi ci vuole un giorno intero, tipo 19 ore. Poi non ci sono autostrade, ma una sola strada asfaltata, che collega tutto il Madagascar.

Cosa provi ogni volta che lasci Catania per andare in Madagascar e cosa invece quando lasci il Madagascar per tornare a Catania?

Il desiderio di tornare in Madagascar c’e sempre. Quando si è pronti per partire c’è tutto un clima particolare, di attesa, di voglia di arrivare subito, perché tornerai ad incontrare persone, giovani, che conosci,  soprattutto dopo tre anni sempre nello stesso posto; il desiderio di dare una mano concreta ai salesiani ed agli animatori. Vai lì col desiderio di incontrare dei cari amici, che per un anno hai potuto sentire solo su facebook

Ed in che lingua  parlate fra di voi?

In italiano, perché quasi tutti gli animatori più grandi conoscono l’ abc dell’italiano.

Sei più contento di tornare in italia dopo una missione, oppure quando lasci Catania per tornare in Madagascar?

Che domanda, certo che non vedo l’ora di tornare lì. Gli ultimi giorni c’è una nostalgia terribile, ci si chiede continuamente: “chi ce lo fa fare di tornare a casa”,  “restiamo qui ancora un po’”,  discorsi che ti fanno capire quanto quel posto sia  bello ed affascinante, quanto meriti di essere vissuto per periodi di tempo più lunghi, che un solo mese in estate.

Perché, secondo te, un ragazzo dovrebbe decidere di fare una esperienza di volontariato missionario?

Darebbe un segnale forte, un marchio indelebile alla propria vita. Confrontarsi con una realtà del genere, e lo diciamo anche nelle brochure che diamo ai ragazzi, diventa una riflessione sulla propria vita e i valori su cui è costruita. La conoscenza diretta della realtà di questi Paesi, permette ai partecipanti di divenire cittadini più consapevoli, operatori di integrazione; per questo io voglio che i giovani facciano queste esperienze, perché si abbia una vera trasformazione. E’ una esperienza che lascia il segno davvero: abbiamo avuto anche ragazzi che non vivevano a pieno la loro fede, che erano non proprio praticanti o addirittura atei, ma una volta in Madagascar, anche con l’impostazione della giornata incentrata molto sulla preghiera, sull’ interazione con le persone che vivono lì, li ha fatti ricredere, li ha fatti riflettere e rivedere la propria fede, li ha rimotivati.

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