Siria, terra “calda” di Bellezza e Dolore, al centro del gioco che divide il Mondo

by Ufficio dei diritti umani delle FMA, Ginevra, di Emanuela Di Paola 

Siria. Culla della civiltà, crocevia di popoli, lingue, culture e confessioni religiose, perla dell’archeologia, terra di oasi in mezzo al deserto, dove scorrono il Tigri e l’Eufrate. Un paese sulla Via della Seta, fatto di gente cordiale e di grande varietà umana, dove è conservato il primo alfabeto della storia e dove si parla l’arabo più fedele a quello letterario della tradizione, la lingua del Corano.

Patria di artisti e poeti, come Nizar Qabbani, contemporaneo e sepolto a Damasco, che la  considerava “il grembo che mi ha insegnato la poesia, la creatività e che mi ha assicurato l’alfabeto del gelsomino”.

Damasco, città di maestosa bellezza e pittoreschi minareti, testimone della conversione di San Paolo. La più antica capitale del mondo, che aspira a consolidarsi come metropoli moderna.

Aleppo, seconda città della Siria e detta anche “capitale del Nord”, con la sua architettura, le sue chiese, le moschee, i bagni e il suo Khan al-Wazir, superbo caravanserraglio mamelucco del XVII secolo, uno dei più belli e vasti della città.

E poi i monasteri di Ma’alula, le antiche iscrizioni e gli imperi ritrovati di Ebla, le testimonianze di Rassafa, dove cristiani e musulmani hanno da sempre coabitato pacificamente.  I mercati tradizionali di Damasco, con il loro pregiato artigianato e i sapori semplici e genuini della cucina siriana, la moderna Tell Hariri, città sumera sulla riva occidentale dell’Eufrate. E ancora Palmira, “sposa del deserto”, l’oasi di olivi in mezzo alla quale sorgeva Shahba, le alte mura di Apamea, coi suoi resti di epoca romana e bizantina, i mulini di Hama.

Siria. Che conserva le tracce più antiche della nostra storia.

Ecco la vera Siria. Non quella della dittatura, dei diritti negati, della guerra civile, dei milioni di morti, dell’odio tra fratelli.

Quella è la Siria violata, distrutta, violentata da desiderio di rivalsa e interessi di potere. Quella è la Siria “calda”, ormai incandescente, sotto i riflettori di un mondo sempre più inerme, ma sempre più incauto.

Con la sua posizione strategica lungo la sponda orientale del Mediterraneo, nel complicato Medio Oriente, e la sua popolazione di circa 22 milioni di abitanti, il Paese è stato negli ultimi anni mira delle attenzioni del mondo intero e oggi al centro delle preoccupazioni dell’opinione pubblica mondiale, a causa dell’imperversare della guerra civile tra forze governative e ribelli, che ha provocato, secondo le stime delle Nazioni Unite, oltre 100,000 morti e creato milioni di rifugiati.

Le tappe fondamentali del cammino verso l’indipendenza, i contrasti e i conflitti con gli stati limitrofi, la genesi delle attualissime questioni curda, libanese e palestinese, le ombre del regime di Assad, la tensione con la Turchia sono certamente la chiave per comprendere il ruolo centrale della Siria nello scacchiere mediorientale.

Difficile orientarsi nel variegato mosaico siriano, groviglio di identità e appartenenze, profondamente diverso nelle sue composizioni etniche, religiose e linguistiche.

I diversi eventi storici susseguitesi nei secoli, tra periodi di gloria e tempi invece infausti, rivelano che serve guardare al passato per interpretare il presente. La crisi siriana affonda le sue radici nelle vicende millenarie di un territorio che all’inizio della sua storia costituiva un’importante zona di incrocio con grandi strade carovaniere, quindi soggetto all’influsso di popoli stranieri, tra tutti Semiti, Egiziani, Macedoni e Greci.

Un impero mostratosi sempre fragile, seppur ricchissimo nella sua varietà, forse quest’ultima causa delle sue lacerazioni interne. Un paese pacifico, la Siria, dove le Diversità hanno sempre convissuto in un reciproco scambio di cultura.

La cronologia dell’epoca moderna aiuta a comprendere le radici del conflitto.

Le vicende della Seconda guerra mondiale portarono la Siria all’indipendenza, ufficializzata il 17 aprile 1946, dopo anni di dominazione francese, eredità dell’Impero Ottomano.

Iniziò così per il paese un ventennio di instabilità, dove si susseguirono colpi di Stato di diverso segno e tendenza, ma tutti destinati a vita breve.

Così la Siria sperimentò sul campo della politica internazionale l’effimera esperienza della Repubblica Araba Unita e della fusione con l’Egitto di Nasser, cui pose fine l’ennesimo colpo di Stato. E quando nel ’63 il Ba’th, facendo proprie le istanze socialiste, prese il potere, si assistette a una serie di riforme economiche e sociali che portarono a una redistribuzione delle terre e a una ridefinizione dell’assetto sociale siriano.

Nel 1970, la rivoluzione sociale si poté considerare completa: gli alawiti, da secoli relegati a occupare i gradini più bassi della società siriana, si ritrovarono vicini al potere e al loro nuovo presidente,  Hafiz al Assad, il quale si impegnò a costruire un sistema di potere molto complesso, fortemente centralizzato intorno alla sua persona. Fondamentale la guerra del Kippur, nel ’73, che segnò l’apice dello scontro Siria-Israele, mentre dal ’67 pendeva irrisolta la questione del Golan, alture montuose con vista sulla capitale siriana, che Israele aveva occupato.

Nel 1991, la caduta dell’Unione Sovietica costringeva la Siria ad aprirsi all’Occidente, al punto tale da rientrare nel fronte anti-iracheno durante la Guerra del Golfo. Un’apertura che Assad, sempre pragmatico e cauto, cercò di mantenere negli anni successivi, fino alla sua morte, avvenuta nel 2000.

Impossibile negare che dietro le velate mire di occidentalizzazione e le aperture moderate dei primi anni, Assad figlio, successore del padre alla presidenza, abbia sempre mantenuto il paese sotto uno stato di repressione.

Inevitabile il collegamento alla causa religiosa: Assad, di fede alawita, quindi sciita, governa un paese a maggioranza sunnita, in cui altre confessioni – drusi, ebrei, cristiani, curdi – trovano il loro spazio.

Le rivolte del 2011, inizialmente pacifiche, nate sull’onda della Primavera Araba, sulla scia di Tunisia, Egitto e Turchia, alla ricerca del proprio ruolo e di un riposizionamento sullo scenario internazionale, si sono evolute, convertendosi in scontri violenti fino a sfociare in un’autentica guerra civile. Scontri esplosi sotto l’uso della violenza da parte del regime a cui i ribelli hanno risposto con le armi.

Semplificando, il conflitto siriano si può riassumere nello scontro tra schieramenti pro o contro Assad, membro della famiglia che governa il paese da 43 anni. La situazione è certamente molto più complessa.

Ripercorrendo i due anni dall’inizio della guerra che sta infuocando il mondo, alcuni episodi appaiono fondamentali per comprendere a fondo i tormentati sviluppi storico-politici della nazione e l’escalation di violenza che ha colpito il paese.

Il 2011 ha visto l’alternarsi di una serie di eventi: il “giorno della Dignità”, il 24 aprile 2011; a maggio l’esercito reprime le proteste anti-regime, mentre a giugno si assiste al primo attacco dei ribelli contro le forze dell’ordine. E dopo che ad agosto nasce l’Esercito libero siriano, a novembre la Siria è sospesa da Stato membro dalla Lega araba, accusata di incapacità ad elaborare un piano per pacificare il Paese.

A fine anno, le Nazioni Unite dichiarano che il conto delle vittime della repressione supera quota cinquemila. La Siria accetta la proposta della Lega Araba di introdurre sul territorio alcuni osservatori dell’organizzazione per verificare la natura della protesta e della repressione: migliaia di manifestanti si radunano a Homs per accoglierli.

Nel gennaio 2012, nuovi attacchi terroristici colpiscono il centro di Damasco, mentre Assad promette l’uso del  “pugno di ferro”.

Nel mese di aprile, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU annuncia di sostenere il piano di pace elaborato dall’inviato delle Nazioni Unite in Siria, Kofi Annan. Cina e Russia decidono di sostenere tale piano solo dopo importanti modifiche, che lo indeboliscono. Lo stesso Consiglio di Sicurezza emana poi una dichiarazione non vincolante di condanna delle violenze in Siria.

Continuano i massacri e diversi paesi occidentali decidono di espellere gli ambasciatori siriani.

Nel dicembre 2012 viene colpito un villaggio turco, mentre del febbraio 2013 gli Usa incontrano la Coalizione nazionale siriana.

Nel corso dell’anno, ad aprile trapelano le prime voci di attacchi chimici dei lealisti contro i civili, a maggio i ribelli invocano l’aiuto internazionale, a giugno i lealisti riconquistano Quasayr.

Fino allo scorso 21 agosto, data che ha fatto tremare i già precari equilibri mondiali, con l’attacco al gas nervino su Ghouta, alla periferia di Damasco, che ha ucciso centinaia di civili.

E ancora non si sa contro chi si combatte. Il mondo ha le idee confuse: i potenti giocano a scacchi, ognuno ha il suo “amico” da difendere e il suo nemico da attaccare. Entrambe le parti in causa negano, accusando l’avversario. Entrano in gioco le potenze occidentali, che reagiscono, si schierano e programmano l’offensiva.

E così la guerra in Siria  divide i leader mondiali al G20 di San Pietroburgo.

Russia contro Stati Uniti, diremmo se dovessimo spiegarlo ai bambini. Da un lato lo schieramento guidato da Putin, che preme per una soluzione politica, appoggiato da tutti quegli Stati dichiaratisi sfavorevoli all’uso della forza come soluzione della crisi siriana (soprattutto senza il consenso delle Nazioni Unite) nell’unanime condanna all’impiego di armi chimiche, contro l’azione militare prospettata invece dal capo dell’altro schieramento, Barak Obama, supportato dalla sempre leale Francia.

Intanto, l’Iran mantiene forte la sua posizione, secondo cui un attacco militare contro la Siria spingerebbe Damasco e i Paesi alleati di Bashar Assad a una rappresaglia che colpirebbe Israele. Del resto, lo stesso Kerry, nel sostenere l’urgenza di punire il regime, s’era tradito, commettendo forse l’errore più grave, definendo la sicurezza di Israele una delle ragioni principali del bombardamento.

Sono tanti i tasselli del mosaico.

Ci sono i giganti dell’Ovest, che usano la crisi siriana come terreno dove dar prova di forza o di  diplomazia, celandosi dietro un fievole baluardo di democrazia.

C’è la posizione geografica strategica della Siria, porta d’ingresso per le potenze arabe nel Mediterraneo.

C’è il terrorismo di matrice islamica, che in Siria ha mostrato le sue diverse facce, con Hezbollah e Al-Qaeda schierati su fronti opposti, il primo pro-Assad, il secondo coi ribelli.

C’è che la questione siriana ha riacceso una contesa mai placata tra i paesi arabi. Ci sono Qatar, Arabia Saudita e Turchia che riforniscono gli oppositori del regime, c’è la Giordania che tenta di rimanere fuori dal conflitto, anche se guarda con attenzione al fronte dei ribelli, c’è l’Iran, a maggioranza sciita, che si schiera con Assad, mentre dal Libano arrivano uomini di Hezbollah.

C’è Israele, il nodo chiave e il grande limite della politica americana in Medio Oriente.

Ci sono le compagnie petrolifere, ci sono le industrie di armamenti, c’è il mondo dell’alta finanza, ci sono le promesse elettorali, c’è un’opinione pubblica a cui rendere conto.

C’è che ormai non si combatte più solo coi kalashnikov, oggi si usano le sostanze chimiche per uccidere.

E intanto c’è una guerra che miete migliaia di vittime, ci sono milioni di rifugiati, ci sono bambini che non hanno mai giocato e madri senza più lacrime.

Il fiore all’occhiello della Siria, spina nel fianco per il resto, invece, è il suo mancato debito col Fondo Monetario Internazionale.  Questo, insieme alla nazionalizzazione della Banca Centrale Siriana, ora così pubblica e controllata dallo stato, è quello che rende il paese ulteriormente scomodo agli occhi del mondo capitalista globalizzato.

Gli americani la Siria l’hanno chiamata “canaglia”. E non è poco.

Uno stato canaglia, adesso in cima alla lista nera, che confina a nord con la Turchia, a est ed a sud-est con l’Iraq, a sud con la Giordania, a sud-ovest con Israele, Cisgiordania e Libano e si affaccia a ovest sul mar Mediterraneo. Confini pericolosi, quelli. E per di più uno stato la cui evoluzione in termini di conflitto potrebbe infastidire Israele.

Definire “complicata” la questione è quasi mancarle di rispetto.

A rendere la situazione delicatissima, si aggiunge il tesoro che tutti cercano, l’oro per cui tutti combattono: il gas, fonte energetica del futuro, di cui la piccola Siria è tra i maggiori produttori al mondo.  La geografia dei pozzi, le traiettorie dei gasdotti e le questioni legate al trasporto, sono i principali nodi che determinano strategie, diatribe e intese del ventunesimo secolo, alimentando la contesa energetica.

Imperversano pronostici, prospettive e piani circa le possibili vie del gas: i gasdotti  andranno verso l’Europa da est a ovest, dall’Iran e dall’Iraq alle coste mediterranee della Siria, o prenderanno una strada che va a nord del Qatar e dall’Arabia Saudita attraversando Siria e Turchia? La Siria è comunque protagonista, sempre.

La spinosa questione dell’approvvigionamento energetico, inoltre, si acuisce con il recente fallimento del progetto per il gasdotto Nabucco, alquanto inconsistente e illusorio, schiacciato da Gazprom e dai suoi sovrani.  Avrebbe dovuto portare in Europa, passando per la Turchia, materia prima dal Mar Caspio, liberando così il Vecchio Continente, almeno nelle intenzioni, dalla dipendenza e dal monopolio russo. Anche l’Europa colpita, adesso, vuole dire la sua sulla questione siriana, per racimolare qualcosa, in fondo. Ma in modo sottile e quieto, mantenendosi un passo indietro, in uno stato di indugio.

I venti di pace sono ancora lontani, ma Usa e Russia aprono alla diplomazia come via da intraprendere per contenere la crisi siriana.

E mentre il quadrilatero ‘Kerry-Lavrov-inviato Onu-rappresentante della Lega Araba’ a Ginevra ha avanzato una proposta di conferenza di pace come strumento per placare il conflitto, Ban-Ki Moon fa sapere che dopo il rapporto degli ispettori – “schiacciante”, si lascia sfuggir – Assad dovrà essere processato ed eventualmente condannato, una volta accertate le sue responsabilità, per i crimini commessi contro l’umanità.

È anche la guerra dei complotti, della poca trasparenza, della disinformazione e dei dubbi, la guerra dove, in realtà, non si sa per certo quale sia il nemico da combattere. C’è chi continua a schierarsi, chi per la carica che ricopre dovrebbe essere più cauto e chi invece tentenna.

Ma è anche la guerra che si combatte in un angolo di mondo che non è dimenticato da chi crede nella Giustizia e nella Verità. Contro quella guerra, milioni di uomini e donne in tutto il mondo hanno accolto l’invito del Papa a un sacrificio comune, perché insieme si è più forti. Una piccola grande luce di speranza che colora la Storia: tutti uniti, scavalcando differenze di razza e religione, per gridare forte la condanna dell’orrore e il bisogno di pace.

Intanto, sembra essere stata raggiunta, nelle ultime ore, l’intesa sulla dismissione delle armi chimiche. Il presidente siriano Assad ha acconsentito a metterle sotto il controllo internazionale, con l’obbligo di  consegnare entro una settimana la lista completa, dichiarando però di farlo per la Russia – che dal canto suo afferma di non difendere la Siria ma di proteggere la normativa internazionale e che nel frattempo continua a puntare il dito contro i ribelli – e non perché intimorito dalle minacce americane.

E così, mentre si parla già di un “Ginevra 2”, grazie al successo diplomatico del primo incontro, quella in Siria si dimostra sempre più la guerra della geopolitica e degli equilibri sospesi, la guerra degli strateghi e delle pedine. E poi c’è chi, confuso, non sa da che parte stare, ma non vorrebbe offendere nessuno.

Il mondo esulta e fa un respiro di sollievo, guardando con fiducia agli sviluppi degli ultimi giorni, dal momento che sembra farsi largo la via ragionevole della diplomazia. Sì, iniziano le trattative diplomatiche, ma intanto navi militari, che portano le più svariate bandiere, infestano il Mediterraneo.

Lunedi scorso, nel frattempo, è stato un giorno decisivo per la questione Siria. Il giorno degli ispettori Onu, che hanno reso noti i risultati delle loro indagini circa l’uso di armi chimiche nell’attacco che il 21 agosto era costato la vita a centinaia di civili. Ma è stato anche il giorno della Siria alla ventiquattresima sessione del Consiglio dei Diritti Umani che si sta svolgendo a Ginevra: la Commissione Internazionale Indipendente di inchiesta sulla Repubblica Araba di Siria ha riferito circa la situazione dei diritti umani nel paese.

Chaloka Beyani, Special Rapporteur sui diritti umani delle persone internamente dislocate, ha denunciato la tremenda violazione dei diritti sul territorio, che ha provocato e continua ad alimentare uno spostamento in massa di disperati in cerca rifugio, mentre si assiste a un acuirsi dell’emergenza umanitaria.

Nemmeno i bisogni basilari sono soddisfatti, mancano cibo e acqua e la gente vive in condizioni igieniche disastrose. L’accento è posto sullo stress fisico e psicologico che i civili, in particolare i bambini, sono costretti a subire in una situazione di conflitto.

Il Rapporteur invoca l’intervento della comunità internazionale, perché la popolazione siriana non può e non deve essere lasciata sola a fare i conti col disastro; sforzi enormi sono stati compiuti, dice, ma la capacità e le possibilità siriane di fronte all’emergenza sono limitate, in una situazione di “danni incalcolabili e inimmaginabili”. In questo momento, l’assistenza umanitaria è d’obbligo.

Nell’informare il Consiglio sull’enorme flusso di rifugiati creato dall’inasprirsi del conflitto, Paulo Pinheiro, presidente della Commissione d’Inchiesta sulla Siria, ha riportato cifre impressionanti: è stato calcolato che la guerra abbia provocato più di due milioni di rifugiati che hanno passato il confine, rischiando ai checkpoint, in cerca di speranza altrove.

Esseri umani cui non è riconosciuto nemmeno il diritto di essere…umani!

Si è parlato anche di detenzione arbitraria, di disinformazione e censura, di bambini arrestati e torturati, di attacchi al personale medico, dei pericoli che corrono giornalisti e reporter in Syria. La portata del conflitto si sta espandendo e coinvolge un numero sempre maggiore di attori, i più deboli in questo gioco di forze.

Pinheiro ha affermato con voce ferma la necessità che la comunità internazionale prenda una posizione e se ne assuma la responsabilità, in vista di un’azione rapida e ben organizzata volta a contenere i danni di un conflitto che sta cambiando il volto della Siria.  “Fermiamo la fornitura di armi!”, questo è il monito: dare in mano lo strumento è un invito silenzioso a farne uso.

Il dialogo interattivo, iniziato subito dopo gli interventi degli esperti, ha chiaramente mostrato quanto l’atmosfera fosse tesa dentro la Sala XX di Palais des Nations, dove il Consiglio si riunisce. La maggior parte dei 47 stati membri si è espressa contro il protrarsi del conflitto, denunciando la spirale di violenza e il diniego dei diritti umani in Siria.

Mentre l’Unione Europea ha diplomaticamente condannato le violenze sia dall’una che dall’altra parte, regime e opposizione, quando è toccato a Russia e Stati Uniti intervenire nella discussione, l’impressione è stata che si stessero riferendo a due diverse “Siria”. La Russia ha parlato di mercenari che arrivano per supportare i ribelli, lamentando che gli esperti abbiano ignorato il terrorismo nel loro report, mentre l’ambasciatore americano ha focalizzato la sua analisi sulle colpe del regime di Assad, “condannandolo” per gli avvenimenti del 21 agosto scorso e accusandolo di aver violato il Diritto Internazionale.

Dure le parole del Venezuela, che ha invitato a un’azione comune e allo sviluppo di una coscienza civile, perché non si assista a “un altro Iraq,  un altro Afghanistan o un’altra Libia”.

La discussione si è svolta tenendo sempre presente il monito del Consiglio: la crisi siriana può essere risolta soltanto attraverso un intervento politico e tramite un dialogo costruttivo tra le parti.

Occorre non dimenticare che la politica è fatta di uomini, sì. Ma si nutre di pragmatismo e interessi economici, si nasconde dietro amicizie e intese tutt’altro che disinteressate, si sporca di antiche alleanze e fresche menzogne. E fa odore di polvere da sparo.

Diciamo pure che questa politica è fatta da uomini, ma non è fatta per gli uomini.

“Guerra umanitaria” è il più grande ossimoro di tutti i tempi.  Non è la vittoria della giustizia. È la sconfitta di un’umanità distrutta.

Come può il semplice e onesto cittadino reagire a decisioni davanti alle quali è impotente?

Armandosi (forse un verbo poco adatto, al momento) di informazione, per costruire una coscienza critica, per giudicare i fatti e filtrare le intenzioni.

Perché in Siria non muoiono né Putin né Obama. Perché in Siria non vanno a combattere i figli di chi siede nel Congresso. Perché in Siria, muoiono uomini e donne normali.  Quelli di buona volontà.

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